dal Settembre 1982 sui sentieri della Toscana...

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USCITA del 26 Dicembre 2010 (Domenica e Santo Stefano)

Sull'argine
 Bella giornata; ma comincia a far freddo. Non importa: si va! Ed eccoci al piazzale pronti per la camminata corroborante dopo i vari pranzi e pranzetti di Natale. A dire il vero tanti non siamo, ma buoni, sì. Oltre a me c'è Alberto il Chimenti, la Francesca Brotini (presente dopo lunga assenza), il Cerbioni e il Turi con annesso Gèkke (jack) al seguito. A esser precisi si era materializzato anche, proveniente da luogo e direzione sconosciuta, il Barone Ammannati, ma ha subito detto che, causa mancanza di tempo, ci lasciava liberi di andarcene ove più ce ne piacesse, preferendo lui medesimo (l'Ammannati) dedicarsi a breve sgambinata col Brucini.
Lungo i canneti sull'argine
Panorama con San Miniato
Stavolta quindi, nuovi orizzonti! Tutti nell'auto del Turi fino alla Catena, dove, traversata la Statale, abbiamo imboccato la stradina sterrata fino a che non finisce presso il greto di un argine. E così, via col liscio! All'avventura e fidandoci del nostro (me escluso) senso di orientamento abbiamo vagato un pò in qua e un pò in là, per argini, canneti, strade bianche e campi fradici fino a quando, correggendo spesso la rotta ed evitando chiuse, sbarramenti vari e cani feroci, siamo giunti in vista del cimitero di San Pierino. Da qui, orientandoci a naso, ritorno. L'insolita sortita era finita dopo 2 ore e passa di camminata. Prosit!

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L'ACCADEMIA DEL SEMOLINO - E' Natale! E' Natale!

Già, ma che cos’è il Natale?
Io sapevo (o almeno credevo di sapere) che il Natale, quello che si celebra il 25 di Dicembre, è un giorno speciale, il giorno in cui si ricorda un anniversario importante, niente meno che la nascita di Gesù Salvatore.
Del resto il nome stesso: “Natale” altro non è che l’abbreviazione di “Giorno Natale”, come a dire il giorno della Nascita più importante per i cristiani, la Nascita per autonomasia in quanto Chi nasce è Colui che sconfiggerà la morte.
Questo, e niente di meno di questo, era il Natale della mia infanzia, e dell’infanzia dei miei genitori e dei loro genitori e così via, procedendo all’indietro nei tempi fin quasi ai primordi della Cristianità.
La sera della vigilia di Natale, nella Notte Santa, la famiglia trovava sempre il tempo per riunirsi in breve raccoglimento davanti al Presepio, quel Presepio che i genitori, aiutati dai più piccini, avevano provveduto ad allestire nei giorni precedenti.
In casa mia c’erano regole ferree al proposito. Dopo che la mamma aveva liberato la superficie della cassapanca che troneggiava nell’ingresso (e che avrebbe costituito, unico posto adatto allo scopo, il teatro della sacra rappresentazione), il babbo tirava fuori le statuine dallo scatolone dove avevano giaciuto dimenticate per un anno intero e le esaminava ad una ad una per vedere se non si fossero rovinate in qualche parte. Io, da parte mia, mi ero già occupato nei giorni precedenti della parte più difficile: reperire la borraccina. La borraccina! Il muschio, direbbero oggi alzando il naso con aria schifata all’udire la volgare parola, ma, credete a me: muschio quello non era; non almeno quello che trovavo io. Io trovavo della bellissima borraccina, niente di più e niente di meno; grassa, umida, verde come un ramarro dalla pelle color smeraldo e profumatissima di sana terra invernale. La mettevo, suddivisa in larghe sfoglie, dentro in un sacchetto di tessuto da balla e il giorno della costruzione del Presepio la tiravo fuori, a disposizione del babbo e della mamma che la disponevano accuratamente sulla cassapanca la cui superficie ne veniva tutta ricoperta salvo la parte dove sarebbe andata la capannuccia e una più centrale, rotonda, dove la mamma metteva un piccolo specchio circolare che fungeva da laghetto. La capannuccia si metteva in un angolo, bene in vista da parte di chi entrava, e dentro c’era anche una piccola lampadina che, nascosta, la illuminava di una lucina diffusa e misteriosa. Dalla porta della capannuccia si dipartiva una stradina fatta di segatura mentre dietro la capanna c’era, fatta con la carta da pacchi, tutta una pendice montana contorta e dirupata dove piazzavamo a discrezione pecore e pastori. I pastori stavano lì, in equilibrio instabile ed in certe pose così poco spontanee che facevano quasi tenerezza, chi voltato a destra, chi a sinistra come a cercar il modo di scendere da quella scomoda posizione in cui qualcuno li aveva cacciati mentre le pecorelle giacevano sparse in qua e là per quelle rocce come pesci fuor d’acqua che, anche se per contratto facevano il verso di brucare qualcosa, c’era da giurarci che di erba in quei posti, non ce n’era nemmeno l’ombra.
Nei paraggi della capanna della Natività, gran fermento. Una folla sparsa di lavandaie, pastori, garzoni, donne di casa, contadini si aggirava con aria allegra e tirata nei dintorni. C’erano anche un arrotino, un cantastorie, un arabo con cammello, un negretto, e un pescatore con tanto di canna (pescava nello specchio); quanto agli animali domestici e da cortile, a bizzeffe. Tacchini, oche, maiali, caprette, buoi in ogni dove, e ancora cammelli, dromedari e un elefante. Un cigno di plastica (stonava con il resto della compagnia) sguazzava altero e dignitoso nell’acque del laghetto (sempre lo specchio).
Il babbo per ultimi disponeva nella capannuccia i protagonisti indiscussi dell’intera scenografia: la Madonna, Giuseppe, il bue e l’asinello, mentre la paglia dove dopo mezzanotte sarebbe stato deposto il Bambin Gesù restava nel frattempo desolatamente vuota, e c’era da chiedersi perché Maria e Giuseppe restassero inginocchiati e in atteggiamento adorante davanti ad un giaciglio dove ancora non c’era nessuno, ma forse già presagivano chi sarebbe arrivato e non volevano farsi trovare impreparati... Per finire sul tetto della capannuccia si incollava una fiammante Stella Cometa (di cartone ricoperto di lustrini) mentre i Tre Re Magi, per far parte della bella compagnia, dovevano rassegnarsi ad aspettare ancora qualche giorno perché nel Presepio prima del giorno dell’Epifania la mamma, custode ed interprete delle Scritture come una Cristiana della prima ora, non c’era verso che ce li mettesse.
E come la mia, ogni famiglia faceva il proprio Presepio, e ogni chiesa, ogni scuola, ogni confraternita, ogni circolo… Ricordo che la vigilia di Natale io e i miei amici si andava per chiese (a Siena, hai voglia di chiese, almeno allora) a visitare i Presepi, e ce n’erano di quelli famosi, alcuni musicali, alcuni artistici, e monumentali, e viventi…
La notte, noi bambini si andava a letto tutti eccitati: che ci avrebbe portato il Ceppo? Il Ceppo era l’abbreviazione popolare del Natale; si diceva “Pel Ceppo si sta tutti in famiglia”, o anche “Fra poco è il Ceppo”; io penso che probabilmente la parola derivava dall’usanza contadina di mettere al centro del focolare un bel ceppo di legno la notte di natale. Babbo Natale no, quello ancora non era nato.
Il giorno dopo noi ragazzi appena alzati, via! Ancora scalzi, con la mamma che ci gridava dietro: “Mettiti le scarpe, ti raffreddi!”, s’arrivava in un lampo davanti al focolare e lì c’erano i regali. Beh, forse dovrei dire “il” regalo perché più di uno era difficile trovarne. Una volta un trenino, un’altra la pistola coi fulminanti a striscia, poi, via via che si imparava a leggere, arrivavano i libri… Alle 12 si andava in Cattedrale per la Messa Solenne e nel pomeriggio a fare il giro dei parenti che qualcosa, in cambio di un “Buon Natale, zio” e di un abbraccio frettoloso, ti allungavano sempre. Ah, dimenticavo: a pranzo quel giorno c’era il mitico pollo al forno con patate arrosto, e per finire il panforte e i ricciarelli… Che grande Natale! Che bei Natali! Che fantastici, meravigliosi, indimenticabili Natali!
Poi, piano piano, mascherato da operazione commerciale ma pianificato come una campagna bellica, arrivò, piano piano, di nascosto, ma decisissimo a prevalere, il Grande Nemico del Natale vero: il grassone dall’occhietti porcini e dal naso paonazzo, il grosso giullare velatamente pedòfilo tutto vestito di rosso con cinturone di cuoio e stivaloni a mezza gamba; venne tutto allegro con la candida barbona curatissima e l’espressione arguta e velatamente cameratesca, venne il dirompente alieno da Non-si-sa-dove a scalzare dal suo piedistallo fatto di vera storia, di sentita religiosità, e di sana cultura popolare il vecchio caro Presepio, venne lui: Babbo Natale!
Niente fu più prima. Il vecchiaccio lubrico si impossessò del Natale sbaragliando il presepio e sostituendo all’umile religiosità popolare la dirompente potenza di migliaia di prodotti commerciali reclamizzati in ogni dove con campagne di pubblicità suadenti ma ossessive e martellanti. Babbo Natale! Ma che cosa vuole costui? Come è stato permesso a questo insipido gadget della Coca-Cola di sostituirsi nientemeno che a Gesù Bambino?
Non lo so; non lo sa nessuno. So solo che è stato fatto e che il 25 Dicembre da ricorrenza di un fatto storico e religioso si è trasformato in un happening del consumismo più inutile e sfrenato, a somiglianza della Giornata della Mamma o di quella del Papà, una specie di Giornata del Regalo o della Spesa A Tutti I Costi.
………
Gesù Bambino è nato anche oggi, come fa da oltre duemila anni, in una mangiatoia. Un pò più solo, un pò più dimenticato ma anche oggi, come allora, è nato per noi, per morire per noi, per offrirci, senza nessun motivo apparente e senza alcun nostro merito, nonostante noi e nonostante Babbo Natale, nientemeno che la salvezza, nientemeno che l’eternità.
Grazie, Gesù.

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AUGURI 2010

Anche questa volta, come l'anno scorso, ci si è messa la neve per farci rimandare la cena di fine anno della Compagnia del Buoncammino.
Nel mio piccolo offro pertanto questa modesta foto virtuale per augurare a tutti i Soci della Compagnia e ai loro familiari, a tutti i simpatizzanti, a tutti i partecipanti in pectore e perfino ai semplici visitatori dei questo sito:

I Migliori Auguri di Buon Natale e di Felice Anno Nuovo 2011!!

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USCITA del 12 Dicembre 2010 (Domenica)

Finalmente stamani non pioveva, non faceva tanto freddo, non tirava vento e me la sentivo ed allora finalmente, dopo troppe assenze, eccomi bello pimpante all'appuntamento dell'ex-Liceo delle 8 in punto, pronto alla rituale scarpinata. A dire il vero il cielo non era proprio sereno ma le nuvole che c'erano non davano l'aria di essere cattive dopo tutta la pioggia dei giorni scorsi. Non  avrebbe piovuto, lo sentivamo, e così siamo partiti con le auto verso la Borghigiana senza nemmeno prendere gli ombrelli. Eravamo in nove; ecco i nomi dei partecipanti: io, Giancanio, Brotini, Panicacci, Baroni, Cerbioni, Caciagli, Brucini e Gennaro.


L'itinerario l'abbiamo inventato lì per lì dando credito a Giancanio che aveva proposto come meta Casale, così, imboccata la strada che va a Gargozzi l'abbiamo lasciata di lì a poco salendo sulla destra fino ad incontrare una casa. La strada sembrava terminare contro un cancello, ma un uomo ci ha detto di provare a salire. Così abbiamo fatto ed abbiamo continuato a salire anche allorquando un pastore ha provato a dissuaderci dicendo che tanto non si poteva arrivare a Casale.

 Fregandocene dell'interessato consiglio (il Tizio non voleva che si scavalcasse il suo recinto per paura che si rovinasse) abbiamo proseguito imperterriti. C'era un recinto di rete metallica ma, trovatovi un foro, ci siamo passati e, con un pò di fatica, siamo saliti in cima alla collina. Da lì dopo poco siamo giunti a Casale e da lì, in breve, alle auto, a completamento della nostra camminata.

Nelle foto:
- Una parte della comitiva in cima alla collina
- Parte del gruppo davanti al panorama di San Miniato
- Il Caciagli impegnato a superare l'ultima difficoltà.


Ovviamente tutte le foto dell'escursione si possono trovare sul link del Buoncammino (indicato qui a lato): sono identificate dal prefisso BC 2010-12-12.
RM

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L'ACCADEMIA DEL SEMOLINO - Con quest'acqua e questo vento...

Ragazzi, chiedo scusa.
L'ho visto che (prima volta nelle ultime domeniche) questa volta non pioveva, ma che volete farci se non me la son sentita di alzarmi alle solite 7 del mattino per essere puntuale all'appuntamento. A dire il vero mi sono alzato e  ho anche guardato dalla finestra dove le colline  si andavano schiarendo a causa di un timidissimo solicicchio tutto impegnato a voler dare ad intendere che per tutto il giorno, no, non sarebbe piovuto.
Ma era piovuto il giorno prima, e quello prima, e quello prima ancora. Era piovuto quasi ogni giorno della settimana che andava a concludersi e quasi tutte le settimane erano state così. Ho pensato a come sarebbero state ghiacce le scarpe, e infangate le strade bianche, e motosi i boschi e i prati; ho pensato alla strana bruma autunnale nemica giurata delle buone fotografie, ho pensato ai panorami pressoché invisibili e ho preso una decisione; sofferta ma irrevocabile. Sono tornato a letto (dove ho recuperato un notevole sogno interrotto qualche minuto prima).
Perdono! Perdono!

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L'ACCADEMIA DEL SEMOLINO - Il condizionale

Come tutti sanno, saper usare a modo il condizionale ed il congiuntivo è indice sicuro di una buona conoscenza della lingua italiana.
“Verrei, se potessi” si dice, intendendo con ciò una volontà che potrà esercitarsi solo “a condizione” che un certo evento si verifichi.
“Non lo sposerebbe di certo, se lui non fosse così ricco” si suol dire della disincantata signorina che, più che alle ragioni del cuore, si lascia convincere dalle opportunità economiche offerte da un certo matrimonio.
Ma il modo condizionale viene assai utile anche quando si vuol dire e non dire, lanciare il sasso e ritirar la mano, fare una confidenza e smentirla subito dopo, svelare un segreto con l’aria innocente di chi riporta le confidenze di un altro, e così via. Va da sé che un modo verbale così disimpegnativo (perché deresponsabilizza chi se ne avvale) e prestigioso (perché conferisce al suo utilizzatore una pàtina di cultura a buon mercato) cade a pennello  negli studi telegiornalistici delle reti televisive dove ormai l’informazione è principalmente gossip, riporto di dicerie più o meno verificate e previsioni che si dimostreranno sempre abbastanza inattendibili (se non strampalate).
Ecco quindi che, abituata ad comunicarci notizie da rotocalco che vengono sempre subito smentite, con l’aria di comunicarci un tragico scoop, (una rissa che finisce con un morto accoltellato) la pettinatissima giornalista RAI si azzarderà a comunicarci che “una violenta lite sarebbe scoppiata ieri notte all’uscita di un bar vicino a Pavia. La rissa, innescata probabilmente per futili motivi, avrebbe coinvolto due persone, tra le quali una potrebbe essere uno straniero dell’Europa Orientale. I due sarebbero presto scesi alle mani e, successivamente la lite sarebbe degenerata. I carabinieri, prontamente intervenuti avrebbero trovato il cadavere di un uomo, bianco, di età indefinita, riverso a terra in una pozza di sangue. Vicino a lui potrebbe essere stato trovato un coltello, pare a serramanico, che, secondo un funzionario dell’Arma, che ha preferito restare anonimo, non sarebbe incompatibile con la presumibile arma di quello che si prefigurerebbe come un possibile omicidio. Sembra che il corpo dell’uomo sia stato trasportato nella sala mortuaria del vicino ospedale; forse si potrebbe accedere ad una autopsia per accertare le possibili cause del suo decesso”. (E, in contemporanea con questa demenziale telecronaca scorrono le immagini in successione di: panoramica dall’alto della zona del delitto; foto dell’insegna di un bar; tre carabinieri che parlano; inquadratura dalla vita in giù di persone che camminano su un marciapiede; intervista ad un ragazzo, inquadrato di spalle che dice: “non ho visto niente”; auto che passano per una strada; una fettuccia bianca e rossa davanti ad una auto con scritto CARABINIERI; tre ragazze che camminano veloci, inquadrate rigorosamente di spalle; indicazione stradale con il nome del paese).
Evviva il condizionale!


 

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L'ACCADEMIA DEL SEMOLINO - La Sagra dei Buoni Valori

Inutile discutere: i tartufi sono buoni. D’accordo ci sarà sempre quello che volendo far l’originale a tutti i costi (anzi, a costo zero in questo caso) dirà, la puzza sotto il naso:
“Ma che schifooo! Ma non è possibile! Per un tartufello che saranno pelo pelo 20 grammi mi hanno chiesto (omissis) euri! E’ un indecenza!” E poi proseguirà, in una moderna rivisitazione dell’esopica favola sulla volpe e l’uva: “E poi, non so cosa ci trovano in questi tuberi. Li puoi mangiare solo in pochissimi modi e non vanno d’accordo con un sacco di altre cose. Date retta a me: il tartufo è sopravalutato. E non è nemmeno tanto buono come si va dicendo in giro” e, tutto fiero di sé per la sua sparata, se ne tornerà a casa dove a cena troverà la solita minestra riscaldata.
Non dategli retta: i tartufi sono buoni; che dico buoni: sono ottimi, meravigliosi, eccezionali: un cibo da re. Costano è vero, ma le cose buone hanno un prezzo e soprattutto hanno un valore. E poi se il pregiato tubero non lo assaggi ora che è la stagione me lo sai dire quando lo mangi?
Semmai c’è da dire che, passeggiando per le stradine affollate di novelli buongustai e dando un’occhiata attenta alle bancarelle e agli stand che occupano tutti gli spazi della cittadina medioevale una cosa salta agli occhi: accidenti; se si prescinde dalla innegabile squisitezza di tante leccornìe, bisogna dire che in mostra non c’è niente che faccia bene (alla salute, intendo).
Montagne di dolciumi di ogni forma e dimensione ma tutti a base di miele, mandorle, cioccolata, burro, fichi secchi, noci, panna, strutto, burro e uova a volontà (sai il colesterolo); insaccati di ogni provenienza e di ogni tipo ma tutti composti con cotenne, sangue, fegatelli, budellini, grifi, cartilagini, grassellini, ciccioli di maiale e tutti conditi con pepe, peperoncini, sale, aromi e spezie le più aromatiche (e piccanti) che ci siano.
Ma noi, poveri cristi che dobbiamo fare i conti tutti i giorni con le diete, le mille attenzioni, i diecimila sacrifici, un occhio al calendario (gli anni che passano) e uno alle rituali analisi ematiche che, ad intervalli ripetuti ritmicamente, evidenziano l’assoluta cura che dobbiamo avere per i colesteroli (ce ne sono di diversi tipi..), per la glicemia, e le piastrine, e i globuli bianchi, e quelli rossi, e la VES, e tutto un universo di segnalazioni allarmanti che fanno dichiarare a tutti i medici con i quali, malvolenti, veniamo in contatto: “Niente grassi! Niente sale! Occhio allo zucchero! Lontano dalle uova… dal fritto… dal sugo… dagli insaccati.. dai cibi piccanti… (ecc. ecc.).
Allora come fare? Suggerirei (lungi da me l’idea di abolire la sacra Sagra Tartufesca) di indire, a breve distanza da questa, una piccola sagra (una sagrina) per quelli che non possono abbuffarsi delle prelibatezze colà mostrate.. che so.. una cosa come.. insomma io la chiamerei: la Sagra dei Buoni Valori (ematici, intendo). In questa manifestazione sarebbero in mostra e in vendita solo cose che contribuiscono a mantenere i valori della analisi nella norma. Banchi con erbe officinali adatte per ogni patologìa, vendita di patate bollite e di puré, cene a base di minestrine vegetali e pollo lesso e tanta frutta e verdura (biologica) di ogni tipo. Da bere? Latte scremato, bevande analcoliche o (per i fondamentalisti)  acqua di fonte. Dessert: mele cotte (per chi le vuole: prugne; sempre cotte ovviamente).
Si dirà: una Sagra come questa non interesserebbe nessuno. Alto là: dipende dalla pubblicità. Con una buona pubblicità anche la Sagra dei Buoni Valori potrebbe diventare mèta di importanti flussi turistici e sarebbe occasione di guadagno per gli espositori ed i commercianti dell’antica città di San Miniato e occasione di salute per gli organi (fegati, pancreas, milze, cuori ed intestini) dei degustatori. (Per chi voglia saperne di più, consiglio la lettura di questo POST pubblicato a Settembre sul blog).  
Così la penso e così la scrivo.
RM

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L'ACCADEMIA DEL SEMOLINO - La Sagra del Tartufo (Unplugged and Remix)

Piove anche oggi (come aveva fatto ieri per tutto il giorno) e anche se non fa freddo sai che gusto ad andar per assaggi con l’ombrello in mano in mezzo a tutti gli altri ombrelli (micidiali con i loro proditori sgocciolii fra collo e colletto) e con i piedi umidi e freddi marmati? Venire, la gente ci è venuta, alla Sagra, ma non è andata come doveva andare. Che vuoi, col solicello (anche se non riscalda, anche se è autunno) sarebbe stata tutta un’altra cosa ma così è andata e così va presa: la Sagra del Tartufo è stata un mezzo flop.
Attenzione: gli organizzatori non c’entrano un bel niente, e niente c’entrano gli espositori, o i bottegai o tutti quelli che si sono dati da fare alla meglio per mettere in piedi una manifestazione ricca di eventi e di occasioni; anzi, quest’anno la festa mi è sembrata (o almeno penso che sarebbe stata) più articolata, più varia, più completa, solo… la pioggia. La pioggia, quella, non era stata considerata così persistente, invadente, scostante, deterrente, infinita.
Così, la maggior parte di coloro che erano ascesi, eccitatissimi, all’antico colle al Tedesco, ansiosi di metter alla prova almeno per una volta il loro tasso di colesterolo (sai, con tartufi, cioccolate, finocchione, soppressate, salami di tutti i tipi e poi pecorini di fossa o di vento, lardi di Colonnata, mallegati alla maniera antica, torroni sardi e salsicciòli grassi o stagionati il gusto va a nozze ma con i valori ematici come la mettiamo?) si sono ritrovati alla fine a tornar veloci e fradici alle macchine stringendo stretto (nella mano non occupata dall’ombrello) il sacchettino con i piccoli ricordi della Sagra dimezzata: i soliti cantucci di Federico, due etti di finocchiona e, piccolissimo, rinvoltolato in un fazzolettino di carta bianca che pesa più di lui, il tartufino di rappresentanza, storto, gobbetto e tutto striminzito che pare chiedere solo di poter essere lasciato in pace, in mezzo a tutto quel trambusto, oppure che lo si gratti subito sui tagliolini d’ordinanza, e non ci si pensi più.

Che dire? C’è ancora una possibilità: l’Ultima Possibilità. Insomma; domenica prossima non pioverà, non può piovere; lo dice il calcolo delle probabilità, lo dicono le previsioni meteo, lo reclama la giustizia e lo invocano torme di commercianti, espositori, venditori e amministratori comunali che vedono in questo ultimo giorno di Sagra l’occasione del loro riscatto. E poi lo dice anche una profetica canzone che recita, speranzosa: “Le gocce cadono ma che fa – se ci bagnamo un po’ – domani il sole ci riscalderà” e prosegue, fiduciosa: “Non t’arrabbiar, perché la vita – non è finita per chi crede nel doman” ecc. ecc. Ecco: noi crediamo nel domani (anzi, in domenica prossima) e per questo diciamo: “Domenica tutti a San Miniato! Ai tartufi! Ai tartufi!”.

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L'ACCADEMIA DEL SEMOLINO - Elogio dell'ozio (se piove)

Certo che è difficile anche per aficionados come noi trovar la voglia d’alzarsi alle 7 di mattina di una domenica autunn(invern)ale per potersi presentare in tempo, con questo tempo da lupi, all’appuntamento nel piazzale dell’ex-liceo.
Il cielo è grigio uniforme, decisamente teso alla generale incavolatura. Cade qualche goccia che picchietta di scuro l’asfalto a ribadire che non ci si azzardi a tentar di intraprendere la classica salutistica camminata, ché catinellate d’acqua gelata sono lassù, schierate e determinate, pronte per noi, per farci rimpiangere d’aver voluto lasciare troppo presto, a dispetto del calendario e di ogni pessimistica previsione meteo, il calduccio dell’ amico materasso.
Siamo già alzati, però. E allora che si fa? Mentre ci si pensa su il cielo ci dà una mano per aiutarci a decidere a modo: una scarica furiosa di goccioloni grossi come panini e insistenti come lavavetri semaforari ci preannuncia cosa ci succederebbe se, incauti, cercassimo di fare i coraggiosi e, ignorando gli avvertimenti del fato, ci buttassimo allo sbaraglio per i terrosi (ora ipermotosi) declivi che scendono lievi dietro Collegalli.
Beh, alzati ci siamo alzati e a letto, è chiaro, non si torna (dopo essersi già lavati, vestiti ecc.).
Allora si va a prendere il giornale e poi si cerca di leggerlo lentamente, centellinandolo, non perché ci siano notizie particolarmente interessanti (sempre le stesse cose: mafiosi catturati, dichiarazioni di politici, terremoti, attentati, la benzina che rincara e le ultime notizie del GF: sai che spasso!), ma solo per tirar tardi e far passare le lunghe ore che contrassegnano questa piovosa mattinata domenicale il più in fretta che sia possibile.
Poi, fatta colazione come Dio comanda, si potrà onorare la Domenica recandoci alla Messa, e poi si può sempre navigare un po’ su internet, e poi qualche telefonata… insomma qualche santo ci aiuterà a far passare il tempo fino all’ora di pranzo.
Dopo, Alleluia!, un pomeriggio popolato di partite e granpremi ci aspetta ad esaltare la nostra fannullaggine con ore ed ore di sport in poltrona.
E la Compagnia del Buon Cammino? Calma, calma. Verranno mattinate popolate di cinguettii e raggi solari appena sbocciati di dietro la collina; verranno fresche ma soleggiate albe piene incitanti al pesticcìo sportivo; che si aspettino tempi migliori, diamine!
Per adesso: agli ozi, agli ozi!

 R.M.

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L'ACCADEMIA DEL SEMOLINO - Fobìe

Da un certo tempo (da quando cioè sono divenuti d’uso comune) si odono e si leggono sempre più spesso i termini “omofobìa” (e il relativo aggettivo “omofobo”) e “xenofobìa” (e “xenòfobo”) riferiti a certi atteggiamenti considerati intolleranti verso (rispettivamente) gli omosessuali e gli stranieri.
Restando fuori di dubbio che tali manifestazioni di razzismo debbano essere severamente riprovate occorre però notare (e mi dispiace per i media che per primi li hanno inventati, diffusi e continuano a farne uso) come tali termini siano fuorvianti oltre che etimologicamente errati.
Ricordiamo che in entrambe le parole (derivanti dal greco antico) la seconda parte è  “fobìa”, dal greco “phobos” = “paura immotivata, cieca e irragionevole”. E’ pertinente alla etimologia quindi parlare di “agorafobìa” = “paura degli spazi aperti”; “claustrofobìa” = “paura degli spazi chiusi o ristretti”; “aracnofobìa” = “paura dei ragni” e così via.
Il termine omofobìa usato per indicare “odio verso gli omosessuali” è invece completamente errato, stravolto e, addirittura fuorviante rispetto a ciò che gli si vuol far significare dato che il suo significato etimologico è esattamente l’opposto.
“Omo” deriva infatti dal greco “homos” = “simile, uguale” (opposto a “heteros” = “diverso”) e la parola “omosessuale” si attaglia a pennello per colui che fa sesso con i propri simili a distinguerlo dagli eterosessuali che lo fanno con chi è loro diverso (e quindi gli uomini con le donne, e le donne con gli uomini).
Ne discende che il vero significato della parola “omofobìa” è quello di “paura immotivata, cieca e irragionevole nei confronti di coloro che sono del nostro stesso sesso” anziché di “odio per gli omosessuali (!)” e “omofobo” non vuol dire affatto “colui che discrimina o odia gli omosessuali” ma “colui che teme i suoi simili”. Come si vede il significato corrente è pressoché il contrario di quello etimologico e viene assolutamente usato a sproposito.
Una parola quindi che abbia il significato che si usa dare a sproposito alla parola omofobia o all’aggettivo omofobo, non esiste. Da qui l’interrogativo: come definire chi discrimina (odia, ridiciolizza, disprezza ecc. ecc) gli omosessuali?
Attendo una risposta convincente e al passo con la mutata sensibilità sul problema. Ai miei tempi, quando i “finocchi” (si chiamavano così, allora, e nessuno se la prendeva) non avevano ancora rivendicato l’orgoglio di esserlo, c’era nalla mia città un giovanottone, chiamato il Mela. Il Mela era famoso per essere un noto “bruciabu’i”. Tale appellativo (di cui andava gloriosamente fiero) se lo era guadagnato sul campo (per dire..) dei cinema della città dove il nostro passava tutti i pomeriggi della sua poco indaffarata giovinezza. Il Mela, entrava nella sala a film iniziato e, adocchiato subito il tipo adatto (lo riconosceva a distanza, anche al buio), andava a sedersi in una poltroncina adiacente a quella della sua prossima vittima. Noi, seduti tre o quattro file dietro, attendevamo i prevedibili sviluppi della faccenda.
Il Mela accendeva una sigaretta, poi si spaparanzava sulla poltroncina, bello comodo e a gambe allargate. Beh, si può indovinare come andasse inevitabilmente finire. Quando il tipo (appellato sinteticamente “il bu’o”) tentava l’inevitabile “avance”, veloce come il fulmine il Mela gli spengeva la sigaretta nel dorso della mano. Un urlo, poi un velocissimo fuggir dalla sala del malcapitato “finocchio” ancora inconsapevole, a quei tempi, dell’orgoglio di esser tale.
Beh gli anni sono passati e indietro (fortunatamente) non si torna; solo, ad esser esatti, è più giusto dire “bruciabu’o” che “omofobo” anche se il significato corrente, se non etimologico, è lo stesso.
E qui, nella speranza di non aver scandalizzato nessuno, la chiudo.

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USCITA del 7 Novembre 2010 (Domenica)

"Dicono che pioverà, d'accordo, ma per ora sembra che sia proprio una bella giornata. E chi me lo fa fà di stare a letto?" questo interrogativo se lo sono posto velocemente, prima di decidersi a presentarsi all'appuntamento delle 8, i cinque che hanno dato vita alla classica passeggiata domenicale della Compagnia del Buon Cammino.
Chi erano? Dunque, vediamo: io, Alberto Chimenti, il Professor Caciagli, il Brotini e il buon Giancanio.
L'itinerario l'abbiamo scelto breve (Alberto doveva essere di ritorno per le 10) ma la camminata è stata bella, panoramica e corroborante. Giancanio ha persino trovato il tempo per assaggiare qualche acino d'uva, cercato, trovato e prelevato tra i pochi rimasti nelle vigne dopo la vendemmia, certificando così l'ottima qualità del frutto e quella prevedibile del vino. Il giro è stato quantomai classico: lasciate le auto alla Borghigiana siamo saliti a Cusignano e da qui, scendendo con ampia curva su Cafaggio, siamo tornati, costeggiando i poderi dei Bellesi ed il Volpaio, al punto di partenza.

Il tempo impiegato? Poco meno di 2 ore. I frutti della nostra fatica? Oltre ai grappoli di Giancanio (che però nessuno ha visto), alcune noci fortemente volute, cercate e raccolte da Alberto con la fattiva collaborazione del Caciagli. La mattinata non era trascorsa invano.

Nelle foto alcune scene dell'escursione (notevole la prima, quella con i tre caballeros). La raccolta completa, come sempre, sul link indicato.















R.M.

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USCITA del 17 Ottobre 2010 (Domenica)

Ieri era piovuto tutta la notte così stamani qualcuno ha avuto paura a presentarsi per tempo all'appuntamento: e se fosse piovuto anche oggi? Chissà che fregatura per la levataccia andata a male!
E invece i Magnifici Sette che, pieni di speranza, si sono presentati al Piazzale dell'ex-Liceo, favoriti dalla fortuna che sempre accompagna gli audaci, hanno avuto ragione: nonostante il cielo fosse così e così non è piovuto, anzi, ad un certo punto un solicello pallido ma pieno di promesse ha scornato quelli che sono rimasti paurosamente al calduccio sotto le coperte.

Oltre a me c'erano dunque: il Chimenti, Barone, Panicacci, Brucini, Turi e Cerbioni; un pò di incertezza è sorta quando si è dovuto scegliere dove andare ma, dopo breve confronto, abbiamo stabilito all'unanimità di ripiegare sull'itinerario che, in casi di strade bagnate e boschi fradici, si adatta alle nostre disposizioni d'animo come il cacio sui maccheroni: a piedi fino a Cigoli e ritorno!
E così è stato.

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USCITA del 10 Ottobre 2010 (Domenica)

Bella giornata: in 7 siamo all'appuntamento; oltre a me: Alberto Chimenti, Caciagli, Panicacci, Barone, Brucini e Giancanio Elefante.
Bella giornata ma poca voglia di fare una camminata lunga: due orette o poco meno sarebbero bastate.

E così, lasciate le auto alla Borghigiana ecco la nostra camminata per la stradina costeggiata da un bosco di noci stupendo che porta a San Goro e poi sulla strada bianca per un pò prima di scendere a valle e tornare alla macchina.
In certi momenti ci hanno spaventato i cacciatori che sparavano troppo vicini al nostro sentiero, ma tutto si è risolto in breve tempo e senza problemi.
Panorama bellissimo, camminata corroborante: cosa desiderare di meglio?
A domenica prossima.

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L'ACCADEMIA DEL SEMOLINO - L'offerta

Si dice che al giorno d’oggi non ci sono più anime buone che si impegnano per il bene del prossimo: sbagliato.
A parte tutti quelli (e fortunatamente non sono pochi) che si danno da fare nelle varie associazioni di volontariato c’è un esercito di persone (giovani, perlopiù) che, nell’indifferenza della stragrande maggioranza della gente, dedica tempo e denaro (dato che sono la stessa cosa) per consentirci di avere più soldi da spendere e, in definitiva, pensano, per renderci la vita più felice.
Io da un po’ di tempo a questa parte ho trovato (e senza averle cercate) un sacco di persone che sembrano talmente  preoccupate per le mie finanze che si ingegnano (senza che abbia chiesto niente al riguardo) per permettermi di risparmiare un sacco di soldi.
Mi contattano, prevalentemente, via telefono e si tratta di persone così educate che, fra tutte le ore in cui potrebbero telefonare, scelgono quelle in cui sono piuttosto certe che io non mi trovi fuori casa, o in bagno o comunque in un luogo, atteggiamento o posizione tali che la loro premurosa chiamata, potrebbe disturbare. Considerano il mio ozio, sacro, ed è per questo che non mi telefonano mai quando sono in casa e non ho niente da fare. Telefonano all’ora di pranzo, mentre sono seduto a tavola. Quasi ogni giorno; anche ieri.
Deglutendo forzatamente la forchettata di pastasciutta mi alzo da tavola, prendo la cornetta e chiedo: “Chi parla?”
Dall’altra parte del telefono la voce dello sconosciuto filantropo mi rassicura:
“Buongiorno signore. Spero di non disturbarla (l’ho detto che sono gentilissimi). Sono Paolo, della ********. Parlo con il Signor ********?”
Voglio vederci chiaro, è meglio non scoprirsi, non si sa mai.
“Forse. Chissà. Lei che numero ha fatto?” interrogo. Quello (facendo finta di niente) non risponde e parte a razzo nella sua missione dedicata a proteggere le mie finanze.
“Signore, forse lei non sa che se passa a ****** può ottenere uno sconto del 20 per cento sulle chiamate verso fisso e del 50 per cento su quelle verso mobile. Inoltre se chiama nei giorni festivi potrà godere dello sconto del 70 per cento su tutti i  numeri della sua rete, così come nelle ore dalle 22 alle 6 del mattino dei giorni feriali.”
Io: silenzio. Quello riprende:
“Lei, signore, avrà diritto a 10 telefonate internazionali alla stessa tariffa delle nazionali e per ogni chiamata ricevuta sarà ricaricato di 5 centesimi. Questo vale anche per gli SMS in entrata; per quelli in uscita poi, lei potrà farne 300 alla settimana per i primi sei mesi al costo di 1 centesimo a messaggio e, dopo i sei mesi a solo 5 centesimi a messaggio”.
Io: silenzio. Non ci ho capito un tubo; verso la fine della sua telefonata non ho nemmeno ascoltato. In cucina sento mia moglie che avverte “La pasta si raffredda!”, in bocca ho ancora il gusto dell’ultimo boccone mezzo abortito. Della chiamata di Paolo mi restano impresse nella mente solo poche parole inquietanti: c’è, pare qualcuno che vuole “ricaricarmi”: ma come si pemette? E perché devo fare 300 messaggi alla settimana? E a chi, poi?.
Entro in scena, immemore e ingrato degli sforzi del samaritano sconosciuto, e lo apostrofo:
“Senta, Paolo, mi faccia capire. In poche parole mi dica: se aderisco alla sua offerta pagherò le telefonate più o meno di adesso?”
“Ma, signor ********, cosa dice? Di meno, molto di meno!”
Qui l’aspettavo. Parto a razzo:
“Ma a lei, scusi, chi l’ha detto che voglio risparmiare? Se proprio lo vuol sapere, caro Paolo, è da un po’ di tempo che mi accorgo con preoccupazione di spendere poco, specialmente per il telefono. Troppo poco. Infatti sto cercando il modo di spendere di più, anzi, di spendere tutto, tutto quello che guadagno e non ci riesco. Non voglio mettere niente da parte, voglio finire tutti i soldi che ho e, lei comprenderà perché aborro parole come: risparmio, offerta, sconto, saldo e tre per due. Speravo che, con la sua telefonata, lei volesse propormi il modo di spendere di più; ecco, cinque euro per ogni telefonata (anche quelle ricevute, ovviamente) mi potrebbero andar bene. Quanto agli sms mi sarei aspettato un’offerta del tipo, che so, un euro a parola. Mi scusi ma la sua società si preoccupa troppo di chi vuol risparmiare e niente di chi vuol scialacquare. Ma come fate a stare sul mercato?”.
Mentre riattaccavo ho sentito il “clak” del suo ricevitore: aveva riattaccato prima lui.

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USCITA del 26 Settembre 2010 (Domenica)

In una bellissima mattinata eccoci finalmente all'appuntamento domenicale in sei: il sottoscritto, Barone, Panicacci, Caciagli, Giancanio e Brucini.

Abbiamo optato per la solita e sempre appagante camminata sulla stradina che, tutta sul crinale, va da Balconevisi a Collegalli. Qualche pozzanghera (residuo della pioggia di venerdì) non ci ha certamente impressionati; l'aria fresca ci ha dato energia e l'atmosfera tersa ci ha permesso di godere dei fantastici panorami verso San Miniato (vedi foto qui accanto).
In due orette (scarse) abbiamo compiuto la nostra escursione e alle 10 eravamo già sulla via del ritorno, nemmeno stanchi ma soddisfatti per la bella camminata.
E ora speriamo di essere sempre di più a partire dalla prossima domenica!.

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Lettera aperta a tutti i compagni (del Buon Cammino, ovviamente)

Dopo aver dichiarato a destra e a manca che questa volta (dopo il forfait di domenica scorsa) non avrei mancato di presentarmi all’appuntamento delle 8, ecco che anche in questa occasione il sottoscritto se ne è rimasto (tormentato da atroci sensi di colpa) a letto.
C’è da dire che era piovuto tutto il pomeriggio del giorno prima e un po’ anche durante la nottata e così, confidando che la pioggia ormai non sarebbe cessata, ecco che mi ero costruito un alibi di ferro (credevo) per giustificare la mia assenza.
Purtroppo il diavolo fa le pentole ma non i coperchi e così, è successo che domenica mattina la pioggia era, inopinatamente cessata ed un pallido solicchio faceva capolino tra le nubi oramai flebili e disinnescate.
Ahò, avevo ormai deciso di restarmene a letto e ,lì sono restato (a letto).
Chiedo venia e domenica prossima cercherò di non mancare anche se la tradizionale alzata di buon’ora (per essere puntuale all’appuntamento) mi accorgo con terrore che, con il passare del tempo mi resta sempre più indigesta. E comunque ci sono anche altre cose che non sponsorizzano la levataccia: sempre meno amici presenti; la perdurante assenza di alcuni personaggi carismatici (Mori, Maresco, Il Prepotente…); l’apertura della caccia che dà una pur minima apprensione (non sarebbe bello esser presi per fagiani; passi per piccioni…) e, ma questo è il meno, il tempo che non aiuta a prendere decisioni del tipo richiesto (alzarsi d’impeto, fare le richieste abluzioni, acconciarsi all’uopo ed uscire fischiettando presentandosi puntuali al solito Piazzale).
Mi scuso pertanto con tutti coloro che erano presenti all’appuntamento della scorsa domenica (saranno stati numerosissimi, suppongo) e mi riprometto di cercar di non mancare in futuro.

Saluti a tutti

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Chiedo scusa

Come un qualunque quaquaraqquà ("uomo di poco conto" secondo la parlata siculo-mafiosa), dopo aver tuonato contro i soliti assenti che avevano desertato gli appuntamenti domenicali all'ex-Liceo, ecco che il sottoscritto, colpito da insospettabile pigrizia lancinante e incurabile (almeno nell'ambito dell'ora susseguente all'attacco), domenica scorsa piuttosto che alzarsi ed andare a vedere se qualcuno degli amici aveva fatto la rimpatriata, se ne è rimasto a letto come un pensionato (e neanche novello) qualsiasi.
Chiedo perdono e venia: dalla prossima domenica ci sarò: parola di lupetto.

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NON USCITA del 5 SETTEMBRE 2010 (Domenica)

Questa volta, oltre a me, non c'era proprio nessuno, nel Piazzale del Liceo. Non un'anima, voglio dire.
Tristemente, dopo cinque minuti passati ad aspettare chi non sarebbe venuto, sono andato a fare una girata per conto mio.
Domanda: la Compagnia del Buon Cammino esiste ancora o è già defunta e fa parte del passato (come le care, buone, vecchie cose di un tempo che non c'è più)?.
Certo le assenze hanno influito parecchio ma, chiedo, perché lasciar perdere un'usanza che non può far altro che bene a chi la sperimenta?
Aspettiamo ancora due o tre settimane e poi non resterà che stendere un velo su una storia (non importante certo, ma divertente) che per venticinque anni ha segnato la domenica mattina dei suoi (una volta affezionati) componenti.
Coraggio, dunque!

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USCITA del 29 Agosto 2010 (Domenica)

Nonostante i miei accorati appelli, domenica 29 Agosto, alle ore 8, davanti all'ex-Liceo, c'ero solo io. Non vedendo nessuno stavo per andarmene quando, alle 8 e 1 (in ottemperanza alla sua celebre fama di non-puntualità) ecco Giancanio. "Si va?" dice lui; "Si va!" faccio io.
E così eccoci noi due soli a camminare per circa due ore dalle parti del moto-crossodromo. Giornata bellissima, temperatura ideale, chi non è venuto ha avuto torto: senz'altro meglio a scarpinare per le bellissime campagne e i boschi di Palaia che restare spaparazzati e annoiati sulla solita spiaggia del solito mare (con la solita sabbia, le solite radioline, i soliti venditori ambulanti...).
Ora vediamo un pò se la prossima domenica la Compagnia sarà un pò più numerosa; sarebbe un peccato (e un atto autolesionistico) lasciarla morire così.

R.M.

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L'Estate è finita!

Amici, compagni! (della celebre Compagnia, intendo dire);
L'Estate sta finendo e da Settembre se Dio vuole, di spiagge inquinate, di caro-ombrellone, di code in autostrada, di zanzare tigre, e di negozi chiusi non si sentirà parlare più.
Quindi: niente scuse!
Da Domenica tutti al solito appuntamento delle 8 al piazzale dell'ex-Liceo.
La Compagnia non è morta e cammina più che mai! (almeno spero).
R.M.

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L'ACCADEMIA DEL SEMOLINO - Considerazioni sulla pubblicità

La pubblicità, amici, ai miei tempi era una bellezza. La televisione non c'era e quindi non poteva farla, il cinema se ne teneva alla larga e i giornali la relegavano (piccola, poco invadente, timida ed educatissima) nelle ultime pagine dove, accanto agli annunci mortuari si potevano a volte leggere dei compìti trafiletti che tessevano le lodi della "Pasticca del Re Sole", del "Rabarbaro Zucca" o della "Diadermina". Tutto qui. 
E' vero che, in giro per la città, l'attenzione era catturata da certi manifesti che non potevi fare a meno di guardarli, ma si trattava di immagini radiose, ottimiste, calde e rassicuranti dove bellissime ragazze stile "Grandi Firme", indossavano sorridenti e con gaia spensieratezza certe calze di nylon (con la riga) noncuranti delle tempeste ormonali che potevano suscitare fra i disorientati adolescenti (quasi tutti magri, affamati e allupati come coyotes nelle calde notti dell'Arizona). L'artista per eccellenza, il maestro indiscusso dei cartelloni pubblicitari era Boccasile, un notevole pittore che dovrebbe essere rivalutato anche dal punto di vista artistico oltre che da quello del costume italico. Le sue mamme sorridenti spandevano nuvole profumate di "Borotalco" sulle chiappette rosa dei tesorucci loro, le sue donne lavoratrici erano chine sulle macchine da cucire "Singer" (senza dimenticare di sorridere allo spettatore) che con perizia guidavano a comporre sapienti ricami fatti-in-casa, e perfino il diavolo, che saltellava emettendo garrule fiamme dalla bocca nella reclame del "Thermogene", più che un terribile demonio, suscitava l'idea di un giullare un pò tòcco, un amico allegrone e svampito come il Burlamacco del Carnevale di Viareggio.
E oggi? Oggi, semplicemente, la pubblicità è tutto. Letteralmente. La pubblicità firma il nostro vestiario, invade e straripa dalla televisione, prende per sé circa due terzi delle pagine dei settimanali, infesta le pagine del web, si fa largo tra i messaggi e le conversazioni dei telefonini, determina i palinsensti degli eventi sportivi, sponsorizza opere pubbliche e manifestazioni artistiche e può contribuire a divulgare o ad affossare ogni scoperta che sia in qualche modo favorevole o contraria al prodotto che reclamizza.
Senza pubblicità (voglio dire: senza gli introiti della pubblicità) il mondo come lo conosciamo si fermerebbe. Punto e basta. C'è persino un trasmissione TV intitolata "Il Gran Galà della Pubblicità" dove si premiano i migliori spot (scelti dal pubblico al quale evidentemente piace farsi del male). La trasmissione dura tre ore e, ovviamente, è spesso interrotta (essendo un programma di grande richiamo) da spot pubblicitari che così si avvalgono, per propagandare i loro prodotti, del gradimento che il pubblico riserva ad altri spot, migliori dei loro (perché sono in concorso), e che spesso, sono loro concorrenti.
Inutile scagliarsi contro la pubblicità, quindi. Quello che occorre dire è però che bisogna saperla fare bene.
Un buon pubblicitario è colui che riesce a piazzare un prodotto a persone che non sanno assolutamente che cosa farsene o che lo disprezzano. E' successo, succede.
Leggete l'articolo del Biri che si trova cliccando qui, se non ci credete.

R.M.

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INTERMEZZO

In questo periodo di stanca anche la Compagnia stenta a ritrovarsi. Chi è in ferie, chi soffre il caldo, chi trova che conviene aspettare, fatto sta che al solito appuntamento della domenica mattina non c'è nessuno.
Penso che bisognerà aspettare dopo il 15 Agosto per ricomporre il gruppo. O no?
Io comunque, le mie solite vacanze in Sud Tyrol me lo sono fatte (ormai il toponimo deve essere quello originale tedesco; anche per legge) e chi volesse dare un'occhiata alle foto che ho scattato lassù, potrà senz'altro andare a visitare il mio blog
dove, verso la fine del primo post troverà i link per accedere agli album fotografici.
In attesa di rivederci presto, saluti a tutti i companeros!

R.M.

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L'ACCADEMIA DEL SEMOLINO - Assolutamente ni.

E’ da tempo invalso il pessimo uso, sia da parte delle persone più giovani, sia da parte di quelle che anelano a dimostrarsi tali, di non limitarsi più ai semplici “si” o “no” per affermare o negare una circostanza o per rispondere alle domande anche le più semplici e dirette.
Ora i due piccoli, semplici, storici avverbi, vengono fatti precedere, e sempre a sproposito, dal pomposo, inutile e fuorviante: “assolutamente”.
Si sente sempre più spesso rispondere: “Assolutamente sì” o “Assolutamente no” a domande quanto mai banali e semplici che non meriterebbero una replica così decisa ed entusiasta ma si accontenterebbero ( e non sarebbe poco) della semplice verità.
“Verrai domani alla partita?” si chiede all’amico che, senza darti nemmeno il tempo di rifiatare replica deciso e risoluto: “Assolutamente sì”. E non viene.
“E’ lei Domenico Crosarulli, nato a Peretola, il 10 Agosto 1870?” chiede il giudice all’imputato. “Assolutamente sì”, è la risposta a significare che non solo lo è, ma lo è anche di più.
“Vuoi tu, Alberto Mauti, sposare la qui presente Ada Dondini?” chiede il prete che officia il santo rito del matrimonio. “Assolutamente sì”, rischia di sentirsi rispondere il prelato (figuriamoci: assolutamente sì.. Se ne riparla tra trent’anni).
Non si capisce perché i semplici “sì e no” non dovrebbero essere sufficienti (e spesso più che sufficienti) a stabilire la verità delle cose; io, per mio conto, ho la strana impressione che questo “assolutamente” serva in verità come autoconvincimento per chi lo pronuncia. Insomma, poiché lui stesso non è tanto certo della risposta, ci mette davanti un bel “assolutamente” e si può così convincere di aver risposto il vero. “Ma siamo sicuri che non l’hanno fatta in Cina?” ho chiesto ieri al venditore ambulante che mi proponeva una borsa Luis Vuitton per  10 euro. “Assolutamente no” è stata la decisa risposta. Non ci crederete ma, nonostante la perentorietà di quel “assolutamente”, ho pensato che cercasse di fregarmi.
Ma da dove viene questo “Assolutamente” così inutile ma così usato?
L’avverbio dovrebbe eliminare ogni dubbio sulla risposta e quindi troncare ogni discussione; il suo uso nasce forse dalla necessità dialettica di abbandonare definitivamente l’uso di costruire le frasi in modo troppo elaborato e barocco così come si faceva nel secolo scorso.
Ricordo una volta che un imputato, messo alle strette da un Pubblico Ministero che gli chiedeva se era stato lui a commettere un certo reato, dopo un mese di udienze e di rinvii, stremato rispose: “Non mentirei se non negassi di non aver commesso il fatto ma non lo farò: è vero proprio il contrario. E ora basta. Non aggiungerò più una parola”. Silenzio in aula. Tutti si guardano sgomenti; avvocati, testimoni, giudice e pubblico: “Che ha detto?”. Dopo un’ora la seduta viene aggiornata. Il giorno dopo il giornale A titola “Il reo confessa: è lui il colpevole” mentre il giornale B (della parte politica avversa a quella di A) strilla in prima pagina: “L’imputato proclama la propria innocenza!”.
Oggi invece con “Assolutamente” si vuol dare l’impressione di essere stracerti di una cosa ma si rischia di usare l’inutile avverbio a sproposito; messa alle strette una mia amica alla quale chiedevo da mesi un rendez-vous, incertissima su quale decisione prendere rispose: “Ci penserò. Penso che probabilmente accetterò anche se non potrei affermare di volerlo assicurare al cento per cento. Vorrei e non vorrei, chi lo può dire? E poi potrei cambiare idea all’ultimo momento, chissà?”. La misi alle strette: “Dimmelo. Dimmi se stasera verrai all’appuntamento. Verrai o non verrai?”. Ero esasperato. Lei si schernì, come solo le donne sanno fare, poi, vedendomi deciso ad avere finalmente una risposta, per dimostrare come fosse decisa nella sua indecisione rispose: “Assolutamente forse”.

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L'ACCADEMIA DEL SEMOLINO - Dell'importanza di una ricca dialettica -

Come primo intervento l'Accademia del Semolino si occupa oggi di una abitudine nel conversare che è divenuta d'uso comune da qualche tempo a questa parte; un'abitudine metalinguistica la cui origine antropologica è fatta risalire all'avvento dei nuovi mezzi multimediali di comunicazione.
Si parla qui dell'inopinata povertà di linguaggio che si sta facendo strada tra i nostri giovani. Non solo si rivolgono a chiunque con il "tu" (e passi), non solo si scambiano messaggini incomprensibili a chiunque abbia meno di 15 anni (e passi), ma hanno perso qualunque garbo nell'esprimere i loro pensieri e le loro idee, limitandosi, il più delle volte ad andare direttamente "al sodo" (come si dice), senza giri di parole, allusioni o circonlocuzioni varie che possano predisporre l'interlocutore ad accogliere favorevolmente le loro richieste (perché sempre di richieste, si tratta).
Attenzione giovani; studiate l'italiano e imparate, per poi applicarla a vostro profitto, l'educazione. Salutate quindi cortesemente colui al quale vi rivolgete, togliendovi, se lo portate, il cappello e tenendo nel parlare un contegno rispettoso e lo sguardo basso. Che la vostra prosa sia ricca senza essere ampollosa; che non sia irruenta, che dimostri rispetto per l'italiano e riguardo per colui (o colei) che dovrà accogliere la vostra richiesta e che, sempre e comunque, sia ricca di dettagli e particolarità tali da far addirittura invogliare, il vostro interlocutore, a venirvi incontro. 
Non fate come il mio vecchio amico  e coetaneo, il compianto Mauti Alfiero, detto, per le poche parole che proferiva e per la sua proverbiale attitudine ad andare sempre e comunque, direttamente all'essenziale e  al cuore del problema: "Lo Spiccio".
Ricordo una volta che (avevamo entrambi poco meno di vent'anni) io e lo Spiccio andammo a ballare.
La sala era gremita di ragazze che, a capo basso ma assai vigili, stavano sedute ai bordi in attesa che qualche coraggioso si degnasse di andare (come si diceva) "ad impegnarle".
Lo Spiccio si mette al centro della sala, adocchia quella che gli sembra la più sveglia (Alfani Mara, nota mutanda-facile), le chiede di ballare e, non avranno fatto quattro passi di tango, gli spara: "Allora: me la dai o non me la dai?" "Sì - gli rispose subito Mara -Ma dove andiamo: a casa mia, a casa tua o dietro la siepe?". Lo Spiccio si staccò immediatamente: "Senti - le fece - se devi fare tutte queste storie è meglio che non se ne fa di niente". E uscì dalla sala.

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USCITA del 11 Luglio 2010 (Domenica), ovvero "La grande morìa".


Sarà stato il gran caldo, sarà che molti sono partiti per le meritate (?) vacanze, sarà per questo o sarà per quello, fatto sta che stamani, al piazzale dell' ex-Liceo, all'ora pattuita c'ero solo io e il Prof. Caciagli.
Ci siamo guardati intorno, abbiamo studiato l'orologio.. niente. Nessuna macchina, nessuna persona, niente di niente, insomma (escluso noi due, ovviamente).
Che si fa? Qualche secondo di titubanza poi: "Si va noi!".
E così due coraggiosi, incuranti del gran caldo che si stava profilando ed immemori di quanti quel giorno avevano preferito alla classica camminata chissà quali mete scontate (come ad esempio quella che consiste nello stare sdraiati sotto l'ombrellone osservando -senza dare nell'occhio- sciami di meravigliose e giovanissime bagnanti seminude mentre si aspetta l'ora di fare il bagno) decisero all'unanimità (2 voti su 2) di non interrompere la storia della Compagnia, onore e vanto della città del Barbarossa, e si incamminarono in una camminata che, seppur breve (e calda), salvò l'onore della storica congrega.
Ad onore e vanto di quei prodi e della loro sudata fatica e a sempiterno scorno degli assenti ingiustificati (caso mai ce ne fossero stati), questo blog ricorderà ai posteri la loro abnegazione ed il loro sacrificio.




Nella foto: I coraggiosi.

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USCITA del 4 Luglio 2010 (Domenica)


Eravamo in 12 questa volta all'appuntamento. Stante la perdurante assenza del Martini, per una volta abbiamo seguito l'indicazione di Giancanio che ha proposto una passeggiata intorno a San Miniato. 
Siamo partiti a piedi dal piazzale del Liceo e dopo esser scesi in valle siamo risaliti fino ad incontrare la strada che va a Calenzano. AD un certo punto siamo scesi sulla sinistra finoad incontrare la strada (incompiuta) che da La Scala ci ha permesso di risalire il colle di San Miniato fino a sbucare nei pressi del parcheggio dell'Ospedale. Siamo quindi scesi nella valle a meridione della cittadina fino a quando non siamo risaliti per una salita ripidissima che ci ha portati sotto l'edificio del Comune.
A questo punto, mentre molti hanno approfittato di essere nei pressi del centro storico di San Miniato per fare una rapida visita alla località, io, Alberto Chimenti e Anna Braschi abbiamo ripercorso quel passaggio, che si spera possa presto diventare un vero e proprio itinerario turistico, che è stato ricavato dalle antiche vie carbonaie a sud del paese (specificatamente dalla Piazzetta del Comune fin a poco sopra la piazzetta comunale di Via Roma). IL passaggio è ancora percorribile ma occorre che presto qualcuno intervenga per ripulirlo, adattarlo ad una visita generalizzata e a metterlo in sicurezza.

Alle 11 siamo quindi tornati a prendere le auto; la passeggiata era finita.

Nelle foto:

1- Una veduta panoramica dai pressi di Calenzano.


2- Un gruppo ridotto di partecipanti

(altre foto più definite, come sempre, nel sito di 4Shared con l'indicazione BC2010-07-04).

Saluti

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USCITA del 27 Giugno 2010 (Domenica)



Giornata bellissima e calda. In diversi (oltre 10) all'appuntamento. Ci siamo diretti subito a Balconevisi da dove abbiamo preso la stradina che va verso Collegalli salvo lasciarla deviando sulla destra e scendendo in una vallata bellissima con tutti i campi pieni di covoni di paglia. Da qui ci siamo diretti verso la fine della valle ma, il sentiero vagheggiato da Giancanio (uno dei massimi sponsor dell'itinerario) era scomparso. Dall'ultima volta che lo avevamo percorso infatti una spessissima e quasi impraticabile cortina verde piena di rovi lo aveva pressoché cancellato. "Che si fa, ora?" chi vuol tornare indietro, chi tenta di farsi largo nella giungla (si fa per dire). Il sottoscritto ed altri sconsiderati seguiamo il grande Elefante che, a dire il vero, rinuncia a proseguire nel labirinto spinoso, solo quando appare evidente che da lì non si va da nessuna parte. Mancò la fortuna, non il coraggio! Sconfitti, ma non domi, torniamo indietro (a malincuore, il Gianca, presago delle feroci pre...  p.. il c... di alcuni dei preveggenti rinunciatari). Riunitosi il gruppo torniamo alla base (Balconevisi) e ci salutiamo dandoci appuntamento per la domenica successiva. Io, con il ricordo vivo (vedi foto) del percorso appena tentato.

Foto:

Panorama
Alcuni partecipanti in cammino
Braccio dell'Autore al ritorno.


Le altre foto, come sempre, sul link che conoscete.

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USCITA del 13 Giugno 2010 (Domenica)


Giornata calda e soleggiata. Eravamo in 10 all'appuntamento (tra gli illustri assenti: Maresco Martini e il Chimenti) quando siamo partiti con le auto per andare al punto di partenza della nostra classica passeggiata. Questa volta abbiamo seguito il consiglio del Baroni che aveva proposto di fare la salita della "Pazza". Così, superata in auto La Serra, abbiamo parcheggiato verso Chiecinella e ci siamo incamminati per Palaia. Dopo qualche centinaio di metri abbiamo deviato sulla sinistra dove ci siamo impegnati sulla lunga salita della "Pazza". La salita è lunga ma poco ripida e si svolge tutta all'ombra così non ci siamo stancati troppo. Dopo un lungo giro ad arco siamo risbucati su quella stretta strada che costeggia un'alta parete di tufo e domina a sinistra la Val d'Era. Da lì siamo arrivati a Palaia da dove siamo scesi per tornare al punto dove avevamo parcheggiato.

Bella passeggiata di circa 2 ore e 20.

Nella foto una parte del nostro gruppo al termine della salita della "Pazza".

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RICOGNIZIONE DELLE ANTICHE VIE CARBONAIE (2 Giugno 2010)


Un gruppo di amici (tra i quali il redattore del presente blog) si è ritrovato stamani nella Piazzetta del Comune di San Miniato per una interessante ricognizione delle vecchie vie carbonaie sanminiatesi. La camminata, che si è svolta su un percorso sottostante grosso modo il tratto che va dalla Misericordia alla Caserma della Finanza, è stata interessante, non semplice, e in certi tratti addirittura impegnativa considerando che tra i partecipanti c'erano anche diversi bambini. Infatti i vecchi camminamenti per certi tratti erano completamente scomparsi sotto una fittissima vegetazione che impediva, a volte, di avanzare anche di un solo passo. Solo grazie ad alcuni volenterosi tra noi che si sono adoperati, con l'ausilio di pennati, falci e seghetti, per sfoltire la macchia in modo tale di poter almeno proseguire in sicurezza, è stato possibile portare a termine l'escursione che si è rivelata istruttiva sotto diversi aspetti. Durante la camminata abbiamo potuto riscontrare il notevole grado di abbandono di queste antiche vie, divenute spesso ricettacolo di rifiuti anche di notevoli dimensioni.
Al termine del percorso siamo scesi su una strada sottostante che, ripercorrendo a ritroso il tratto fino ad allora effettuato ci ha permesso di risalire (anche in questo caso a forza di pennato) fino alla parte superiore del sentiero fatto in partenza che ora, dopo l'opera sia pur grezza di pulitura effettuata, si è dimostrato perfettamente percorribile.
La sensazione è che il tratto di via che abbiamo percorso, potrebbe con poca spesa essere riadattato in modo da divenire una alternativa pista pedonale permanente, ecologica, panoramica e fruibile da tutti.
Tra i partecipanti alla ricognizione occorre citare l'Architetto Anna Braschi, principale promotrice dell'iniziativa e ben 4 membri della Compagnia del Buon Cammino (io, Brotini, Chimenti e Maresco Martini).

Foto:
1- Il ritrovo alla Piazzetta del Comune
2- Il gruppo si incammina (sotto la Misericordia)

3- Si procede a colpi di pennato
4- Un inaspettato elettrodomestico

5- Il papavero è anche un fiore...

6- Grotte nel tufo (antichi rifugi...)
7- Ora il sentiero è visibile e fruibile


La serie completa è consultabile cliccando qui.

La foto di gruppo in formato stampabile (alta definizione) è invece scaricabile da questo link.

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